La Legge del Barrio: come riconoscere un Bar da quel che Bar non è

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Come riconoscere un Bar da quel che Bar non è?

Conosco una sola persona in grado di dettar legge sull’argomento. Si chiama Stefano e di cognome non fa Benni.

Valente collega giornalista e blogger (date un’occhiata al suo Ed Avevamo gli Occhi Troppo Belli) ma soprattutto uomo da Bar da tempo immemore, dopo essere rimasto sconvolto dal mio ultimo post, che millantava di hipster bar, ha capito che era giunto il momento di fare chiarezza.

E mettere nero su bianco un piccolo decalogo per riconoscere un Bar da quel che Bar non è. 

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La dura legge del Barrio

di Stefano Gianuario

In quest’epoca da una parte inafferrabile, dall’altra indecifrabile ma, nella totalità delle sue parti, sicuramente imbecille, niente più è in grado di essere definito con una semplice parola. Esistono sempre e solo forme composte, meglio se dal suono vagamente anglofono, (anche se poi non si sa esattamente cosa si sta dicendo), per spiegare quanto prima si accontentava di una singola parola.

L’elenco è innumerevole e in triste e costante crescita.

Inutile farlo in questa sede; è possibile accorgersene già nel proprio quotidiano di quanto sia virale questo intasamento e di quali e quanti effetti generi nella società.

Due sono le reazioni più comuni, da una parte vi è chi osanna la rivoluzione linguistica, sale sul carro dei vincitori e si autoproclama un precursore, una sorta di antesignano o, per dirla tutta, uno dei tanti carnefici della già morente lingua italica.

Dall’altra vi è chi si affanna a stare al passo, non ce la fa, si mena via, inciampa, cade e infine diventa un denigratore di questo discutibilissimo progresso fonetico.

Personalmente ho sviluppato così bene e così tanto la mia intolleranza dal trovarla quasi tollerante e guardare con distaccato affetto tutto il fenomeno.

Ho perfino accennato un sorriso, solo con un angolo della bocca, quando ho sentito pronunciare “wooden-pussy” per ovviare all’italica “figa di legno”.

Ma dopo il milionesimo coktail-bar, lounge-bar, sexy-bar sono incappato in qualosa che ha disintegrato ogni forma della finta tolleranza di cui sopra: l’hipster-bar.

Ora, a prescindere che quando capirò cosa sia un hipster si saranno per bene estinti, la parola bar non va affiancata a nient’altro, che non sia ancora una volta la parola bar.

Ecco che su subdolo suggerimento della mia amata amica e collega Oriana Davini mi sono cimentanto nello scrivere un piccolo decalogo su come riconoscere un Bar da quello che bar non è.

  • Il Bar è un luogo unicamente maschile. Ci vanno solo uomini, di qualsivoglia età e, volendo negli ultimi tempi, anche estrazione sociale (purché di conclamata virilità) per parlare ovviamente di donne che non hanno, chiaramente, mai avuto. Il che rende gli avventori da Bar degli arrapati cronici, capaci di tampinare ogni forma di vita femminile (o presunta), anche semovente, che dovesse varcare la soglia del Bar. (Da qui il punto due)
  • Il Bar non conosce le “pari opportunità”. Non ci porti la fidanzata, la fuckmate (traducetelo voi) e tanto meno la moglie. A meno che non siano in grado di difendersi come esperte di Krav Maga dagli assalti degli altri avventori nelle innumerevoli volte che andrete a urinare o espletare altri bisogni fisici.
  • Al Bar non si fa l’happy-hour. Al limite un autarchico aperitivo, nel quale si beve tanto e, di tanto in tanto si ingurgitano noccioline della Guerra Fredda, patatine precolombiane, olive preistoriche e altre leccornie. Il tutto mai postecedente al crollo del Muro di Berlino.
  • Il Bar non è un luogo accogliente. Gli arredamenti del Bar sono di quanto più lontano dal concetto di desing. Se non vedete una parete in perlinato dell’82 o un tavolo in formica o un banco residuato bellico, non siete in un vero Bar.
  • Al Bar non si ha libero accesso. L’accesso in un vero Bar va guadagnato, sudato, conquistato in anni e anni di frequentazione, alle volte silente. Anche i raccomandati, “vi presento un mio vecchio amico”, dovranno lottare per ottenere la benché minima attenzione, con conversazioni smorzate, occhiate torve e, alla brutta, violenze fisiche di varia natura praticate dagli avventori storici.
  • Al Bar si beve. Ovviamente alcolici. L’unica concessione riguarda il caffè ma, non più di una volta al giorno e non senza correzione. Un bicchiere d’acqua può essere concesso agli avventori, maschi ovviamente, sotto i sette anni. Un the caldo, solo in caso di fidanzata-fuckmate-moglie gravida e che comunque costerà al fidanzato-fuckmate-marito, un giro di campari col bianco per tutti gli avventori. (Anche quelli deceduti negli ultimi due anni).
  • Al Bar c’è il Barista. Che è la cosa più importante. Il Barista non è sorridente, non è cortese e cercherà sempre di aggiungere una bevuta al conto. Il Barista sa chiaramente tutti i fatti tuoi mentre la sua vita si perde nell’epos dei miti greci. Il Barista non ti serve da bere, devi avventurarti al banco e conquistarti la sua attenzione. Verrai ignorato, snobbato, forse anche maltrattato e infine al posto della birra che hai ordinato arriverà un bianchino, invece del campari arriverà una sambuca e via così. Il vero Barista non chiede scusa e non si giustifica, al limite potrebbe bofonchiare un “mi avevi chiesto il solito”.
  • Infine, il vero Bar ha l’effetto nella vita di una suocera che si pianta in casa. Non te ne libererai mai fino a sopraggiunta morte. (Probabilmente tua)

Sei un tipo da bar? Leggi tutte le notizie sull’argomento.

5 pensieri su “La Legge del Barrio: come riconoscere un Bar da quel che Bar non è

  1. panelibrienuvole ha detto:

    E’ proprio così! 🙂
    Io adoro l’aperitivo autarchico del bar. Che non ti riempie, non ti sazia, ti attacca solo sete e ti prepara alla vera cena!
    Peccato che di bar veri ce ne siano sempre meno, soprattutto in città… Ma io mi diverto a scovarli e, pur essendo donna, mi garba un sacco entrarci e godermi la ruvidezza al bar(r)ista… 🙂

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